Quale edificio di un altro architetto vorreste aver realizzato? Perché? 

Bruno Vaerini

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Andrea Palladio, Pianta del tempietto di San Pietro in Montorio, 1570

«Ci sono molte opere che ammiro e venero. Il fatto che non sia stato io a realizzarle mi permette di poterle vivere, osservare, attraversarne la fisicità, possederle. Sempre mi nutrono e sempre mi emozionano. Ogni epoca ha prodotto dei grandi capolavori che non invecchiano mai, anche se sono il frutto di quel determinato clima culturale. Per questo non posso dire che avrei voluto realizzarle io. Ogni maestro ha il suo linguaggio, che determina la specificità di un'opera e deriva dal percorso culturale di ciascuno di loro. Non posso che cogliere questo insegnamento, senza stancarmi mai di guardare le architetture degli altri, anche perché il tempo permette di ricevere sempre risposte nuove. Mi piace cercare di individuare i riferimenti, le citazioni, le rivisitazioni perché un singolo edificio si nutre sempre di qualcosa che è venuto prima, che qualcuno ha già realizzato, disegnato, immaginato. Non parlo di copie o di assimilazioni dirette, ma della capacità dei grandi di interpretare gli insegnamenti altrui. Trovo che questa sia una lezione di umiltà e autenticità, perché ognuno di noi genera qualcosa di nuovo, ma sempre a partire dalle cose di cui si è nutrito».

Pietro Gellona

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Ryue Nishizawa, Rei Naito, Teshima Art Museum, 2010

«Tra i contemporanei direi il Teshima Art Museum di Ryue Nishizawa con

l'artista Rei Naito. Purtroppo non ho avuto occasione di visitarlo di persona, è sulla lista dei progetti da vedere. Si tratta di

una forma apparentemente libera e pura, un guscio - Isler mi ha sempre attratto, l'unità tra forma e struttura- . La proposta pare dialogare efficacemente nel paesaggio, manifestando la capacità di differenziarsi dal contesto senza però costituirsi come un oggetto alieno. E' un museo in senso non tradizionale, ovvero non ospita opere d'arte prodotte dall'uomo, ma aria, luce e acqua. Fenomeni naturali, arte senza arte.

La sua pelle è continua e sottile, appare morbida e stabile. La natura trova il luogo per potersi esprimere senza limitazioni e dove poter essere osservata».

SET Architects

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Luigi Moretti, Modello di Villa Adriana, 1950

«Ritroviamo molti degli elementi con cui lavoriamo e facciamo ricerca nella Casa delle Armi di Luigi Moretti. È un edificio realizzato nel 1936 nel Foro Italico di Roma, un luogo dalla forte identità monumentale, dove però Moretti riesce a fare meno degli stilemi del regime e concentra l’intervento nella purezza delle geometrie. C’è un trattamento unitario e rigoroso a partire dall’altezza costante dei volumi che vengono modellati e trattati con un rivestimento in sottili lastre di marmo dando la sensazione di un unico blocco monolitico. Per ottenere questo effetto c’è uno sperimentale studio del materiale che si traduce nella accuratezza del dettaglio. Internamente si esplicita la visione spaziale di Moretti con le prospettive fluide della biblioteca e il gioco tra luce e materia del grande vuoto della Sala d’Armi che sembra donare allo spazio una dimensione sospesa. Non meno interessante la soluzione strutturale impostata su due mensole giganti in calcestruzzo armato che determinano un spazio unitario e denso, lo stesso spazio che completa l’opera senza la necessità di cercare altre ragioni alla propria compiutezza. Quest’opera esprimendo a pieno i concetti legati alla sequenza degli spazi e il senso del tempo ci suggerisce la linea di ricerca al quale il nostro studio ambisce».

Baserga Mozzetti

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Marc-Antoine Laugier, La capanna primitiva, 1753

«Il primo rifugio dell'uomo, perché è l'origine e l'essenza dell'architettura».

Atelier Remoto

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San Paolo, 2015

«Siamo entrambe concordi nel pensare che il MASP, museo d'arte moderna di San Paolo in Brasile, sia uno dei progetti più rivoluzionari della seconda metà del 20esimo secolo.

La potenza del vuoto, della riflessione sugli spazi urbani di Lina Bo Bardi, riflette il modernismo brasiliano impreziosito di atmosfere italiane.

L’architettura sottrae massa e dona spazio vuoto a una delle vie più trafficate della megalopoli brasiliana, regala ai paulistani una piazza minerale coperta, uno spazio pubblico aperto e riparato, dove l’aria filtra e il paesaggio è passante. 

Superfluo ricordare la struttura dei due piani museali sospesi alle due travi in cemento rosso, così come la scala sospesa per accedere ai piani e lo sviluppo dell’edificio in sezione, ma è la coerenza dell’intuizione poetica iniziale e la maestria della realizzazione concreta che ci emoziona.

Nello spazio espositivo della collezione permanente non guardiamo i quadri, ma incontriamo le opere, sorrette grazie a dei supporti in plexiglas e a un basamento in cubi di calcestruzzo grezzo. Ballerine di Renoir osservano schiave nere dipinte a olio che a loro volta sbirciano un toro di Picasso. Il visitatore sceglie il proprio percorso, scopre il retro delle cornici e delle tele, l’esperienza artistica è imprevedibile e personale. L’architettura non impone, non costringe, è linea orizzontale libera, ora massa ora vuoto».

Marko Radonjić
 

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Renzo Piano Building Workshop, ampliamento del Kimbell Art Museum, 2013

«Ho recentemente studiato le opere di Renzo Piano mentre progettavo la copertura per un parcheggio di auto elettriche. La proposta, ubicata in una zona della città costruita nel dopoguerra in stile modernista, avrebbe dovuto ospitare un impianto fotovoltaico. Il lavoro di Piano si è dimostrato come un riferimento immediato, capace di rivelare uno dei temi principali in architettura e, probabilmente, il più difficile da raggiungere: la sensazione di leggerezza e luminosità. Le sue coperture rappresentano solitamente il cuore di un edificio e vengono sviluppate in modo estremamente attento. Per questo motivo, al momento, mi piacerebbe aver costruito l’ampliamento del Kimbell Art Museum. La relazione tra due maestri del loro tempo – Kahn e Piano – è tanto magnifica quanto sensibile».

José Martins
 

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Curtain Over a Window, Guimarães, 2019

 

«Nonostante esistano diversi edifici mi hanno emozionato, non ne esiste nessuno che vorrei aver costruito. Credo che l’architettura sia diretta estensione dell’autore e rappresenti il proprio modo di vedere, di vivere e quindi sia il risultato delle proprie idee. Sono dunque interessato a scoprire ed investigare la mia personale visione».

Iván Bravo
 

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Coronation / 2017 / National Architecture College Chile

 

«Qualsiasi cisterna per l’acqua presente alla sommità di un edificio moderno.

Come la monarchia trasforma una persona comune nella più venerabile e rispettata con il semplice atto di collocarle sulla testa un elegante pezzo di metallo, così la cisterna per l’acqua nell’architettura moderna rappresenta un elemento iconico in tutto il mondo, attraversando decenni di storia dell’architettura. Una componente dell’edificio pensata per essere occultata nelle pieghe delle coperture, poco apprezzata, ma che isolata dal resto dell’edificio e dalla funzione per la quale è stata costruita, rivela un’essenza travolgente.  Un’opera d’arte capace di condensare a livello scultoreo le raffinate operazioni formali necessarie alla sua creazione».

Howland Evans
 

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Woodland Chapel, Erik Gunnar Asplund


 

«Non un singolo edificio, ma un complesso di edifici fortemente in relazione con il paesaggio, non un solo architetto ma un team che collabora in sinergia. Ci riferiamo a Skogskyrkogården, il cimitero costruito da Erik Gunnar Asplund e Sigurd Lewerentz tra il 1910 e il 1940. Situato in un villaggio a sud del centro di Stoccolma, il cimitero giace, come vestigia di un passato immaginato, tra un’autostrada e una ferrovia. Frammenti di un mondo classico coesistono accanto a grandi tumuli in terra che ricordano le tombe norrene, mentre una densa foresta di pini si apre in radure in cui sono stati accuratamente collocati giocosi “templi” e l’arte genera uno sfondo rappresentativo e sensazionale in cui ospitare le funzioni rituali adatte a questo luogo. Questo complesso di elementi che va a formare il cimitero reca con sé una nozione di paesaggio che allude al concetto di natura proprio delle tradizioni germaniche e svedesi – una scura e densa foresta di pini punteggiata da piccole radure – insieme alla tradizione universale del mondo classico, che pone la funzione del cimitero in un ambiente che abbia in sé il conforto al cospetto della mortalità umana. Apprezziamo la libertà e l’arguzia con cui gli architetti prendono in prestito forme e concetti dal passato integrandoli con le esigenze tecnologiche della propria epoca, sfruttando una vivace inventiva focalizzata sull’utilizzo dei materiali e sulla composizione, come ad esempio è stato fatto con le colonne laccate di bianco lucido che formano il nartece della Woodland Chapel di Asplund. La natura qui diventa architettura e le colonne rimandano sia al corpo dell’uomo che alla foresta da cui provengono. L’intradosso del basso soffitto in legno è dipinto come le colonne e quando, nel giorno di Ognissanti, alla base degli alberi circostanti vengono accese le candele, la loro luce tremolante si riflette in questo cielo artificiale formando una costellazione. L’architettura genera qui uno spazio di incontro, nel quale le persone in lutto sono confortate dall’affetto dei propri amici, per questo che è il più umano fra i rituali di cui necessita l’uomo. Il nartece è allo stesso tempo intimo e sufficientemente grande da invitare ad una sosta e le dodici colonne lo dividono in campate dove piccoli gruppi di persone possono fermarsi sulle lastre in granito riparandosi da neve e pioggia. È uno spazio liminale, di transizione, non ancora sacro ma nemmeno appartenente alla foresta. La cura con cui ogni parte del progetto è stata considerata, a partire da un piccolo stemma per arrivare ad una radura di un bosco, è calibrata, notevole e genera una moderna gesamtkunstwerk, un’opera d’arte totale».

Whale!
 

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Santuario di Ise


 

«Il grande santuario di Ise, in Giappone, è un magnifico complesso shintoista realizzato intorno all’anno 700. Gli edifici che lo costituiscono vengono completamente demoliti e ricostruiti, identici agli originali, ogni 20 anni. Nel 2033 il rituale si ripeterà per la 63esima volta. Riconosciamo in questo gesto la massima espressione di un’architettura eterna ed effimera, tanto indispensabile quanto prescindibile, sempre subordinata alla sacralità del luogo che la accoglie».