¡Ultreya!

Daniele Panni

Campus Stellae, 2004

Quando decidemmo di non proseguire oltre, non potevamo immaginare che il susseguirsi degli eventi ci avrebbe riservato tanti imprevisti ed altrettante sorprese. Dopo una lunga giornata di cammino lungo il saliscendi di un rilievo, all’interno di boschi la cui ombra mitigava la temperatura, il sentiero ci aveva accompagnato sul dolce fondo di una piccola vallata. Il paese, il cui centro era piccolo e quasi privo di alcuna caratteristica particolare, ci parve però subito accogliente. Proseguendo lungo la strada che costeggiava il fiume, ci trovammo innanzi ad una costruzione isolata diversa da quelle intorno, con un profondo portico sopraelevato e una grande copertura a falda; la sua forma era proprio quella di una grande casa. Decidemmo quindi di eleggere il suo giardino come luogo dove installare la nostra tenda, sentendo che, protetti dalla figura rassicurante dell’edificio, la nostra essenziale e fragile casa di tela si sarebbe sentita protetta. La compagnia, talmente buona da non farci percepire la stanchezza per i molti chilometri percorsi, ci accompagnò fino a tarda ora. L’indomani mattina, dopo aver piegato la nostra casa tessile, partimmo per una nuova tappa, avendo nel cuore quel luogo tanto prezioso. La giornata di cammino passò talmente veloce che, senza accorgercene, stava oramai arrivando il tramonto. Senza alternativa, decidemmo che la nostra casa si sarebbe appoggiata sul rigoglioso prato ai lati di una minuscola chiesa circolare dai muri in pietra grigia. Anche quel luogo ci avrebbe riservato sorprese. Il giorno seguente, infatti, capimmo come fosse possibile che nel mezzo della meseta spagnola sorgesse un’oasi come quella: la nostra sveglia si rivelò l’impianto di irrigazione del piccolo parco, che, come un fuoco incrociato, non ci permetteva di aprire la tenda per uscire. Dopo qualche tempo in balia dei getti d’acqua e dopo aver fatto asciugare la tenda, potemmo finalmente riprendere. Avendo perduto una mattina intera di cammino, decidemmo che avremmo proseguito sul sentiero anche di notte, assolutamente ignari di ciò che ci aspettava. Mano a mano che la salita si faceva più ripida e la temperatura scendeva, le lenti dei miei occhiali si imperlavano di condensa, rendendomi praticamente cieco nella notte. Solo il terreno battuto sotto i miei piedi mi guidava, come un filo di Arianna, mi conduceva nella giusta direzione. Ad un certo momento, per asciugare le lenti, mi fermai, ed in quel preciso istante sentii avvicinarsi velocemente il rumore di un cavallo al galoppo il quale, fermandosi a pochi passi da noi, si impennò, stagliando la sua scura sagoma contro il cielo, in cui splendeva la luce morbida della Via Lattea. Incantato dallo spettacolo celeste, capii che il nostro viaggio era accompagnato da forze grandiose e che, nonostante la nostra sempre provvisoria e insicura dimora, saremmo sicuramente arrivati a Santiago.