Punta della Dogana

Andrea Milesi

Presumibilmente il 21 agosto 2014, pressappoco le 23

È sera e le ombre della giornata appena trascorsa a consumare le calli schivando orientali fotografanti si fanno sentire. Gli schiamazzi in mille lingue lasciano suono al silenzio che finalmente porta all’orecchio il dolce gorgoglìo dell’acqua, mentre la pelle del viso è accarezzata da una brezza persistente proveniente da levante che insieme al cielo cupo porta un’idea di temporali. I brulicanti, epilettici cromatismi degli abiti sono svaniti lasciando colore al riflesso scuro di pelle di serpente dei selciati tanto levigati da sembrare umidi. Simile a quello che restituisce l’acqua del mare, ma immobile. Santa Maria della Salute con le sue grandi orecchie e l’enorme mole di marmo è adagiata come una vecchia e stanca matrona e fa da contraltare al leggero e filiforme ponte in legno dell’Accademia che si stira come un insetto nell’apice dello sforzo. Il passo leggero per l’allegria e incerto per il vino abbondante appena bevuto a cena suggerisce, per scongiurare un’indecorosa, tragica caduta nel Canal Grande, di camminare rasente i muri. Il bisogno di un appoggio porta il palmo della mano destra ad accarezzare i marmi e gli intonaci delle facciate e divenire sensibile sismografo trasmettitore delle rugosità scavate dalla corrosione salina e dei giunti che tessono le eleganti quinte di questa scena unica, fragilissima ed esposta. L’odore leggero di acqua salmastra si mescola con quello pungente ed inebriante della miscela di olio e benzina adoperata per alimentare i piccoli motori giapponesi delle barche di passaggio. Dopo qualche centinaio di metri giungiamo al portico con gli atlanti che sorreggono la palla dorata su cui svetta la Fortuna, con in faccia tutta la bellezza che non potrà mai vedere nonostante ruoti incessantemente sul suo perno al soffio delle brezze. Qui, nel punto di congiunzione del Canal Grande con la Giudecca, l’esposizione ai venti infatti è massima. Meglio dunque, per evitare malanni, chiudersi la giacca fino al collo e sedersi prima di bere la bottiglia che serbiamo come l’ultima delle munizioni nel bel mezzo di una battaglia.

 

E sognando e parlando sottovoce per non disturbare le vibrazioni dell’acqua, incantati dalle luci della notte, molto lentamente, si svolge davanti a noi un rituale di cui siamo unici, privilegiati spettatori. Mentre ben oltre San Marco il cielo si disegna in continuazione di rami di fulmini silenziosi e il vento inizia a portare le prime grosse e pesanti gocce di pioggia, due coppie, una volta posata con cura e accesa una radio portatile, iniziano a ballare un tango argentino. Le ampie gonne delle donne, per noi che siamo adagiati sul ciglio della prua di questa immaginifica pista da ballo, rendono intermittente e dinamica la vista sulla laguna e la loro eleganza si mescola con quella delle bianche pietre di Palladio che salutano di rimando i merletti scolpiti di Palazzo Ducale. Venezia non mi è mai sembrata tanto bella.