Pienza

Andrea Milesi

28 12 16

Attraversata la parte più recente e anonima della piccola cittadina, Porta al Prato accoglie con un alto arco di mosaico. In certe ore mattutine la via principale apre sul sole ancora basso abbagliando gli occhi, mentre il pavimento in mattoni posati a spinapesce obbliga un poco di attenzione al passo. Su di essa affacciano palazzi le cui quinte rinascimentali non riescono a nascondere la propria struttura medievale, tant’è che nelle vie laterali le facce delle costruzioni quasi si toccano, e sembra di vedere le massaie scambiarsi le spezie mancanti per l’arrosto senza scendere in strada, sussurrandosi le ultime notizie riguardanti i vicini. Le pareti con gli intonaci consumati, nel frattempo, scoprono pietre dorate.

 

Poco più avanti, dopo aver osservato le abili gesta di un saltimbanco con il viso dipinto dalle impronte delle mani di un bambino, sorprendente è lo slargo. La piazza si lascia guardare e misurare grazie alle linee geometriche disegnate al suolo e la cattedrale, con la sua austera ed elegante facciata di travertino, è dolce nelle proporzioni e restituisce un senso di armonia e perfezione. A cornice stanno i palazzi che i signori di un tempo lontano hanno eretto a monito, a favore di vanità. Il pozzo decentrato guida l’occhio verso lo scorcio sulla vallata, vera protagonista della messinscena, che squarcia lo spazio da entrambi i lati della chiesa. Appena oltre, una scalinata scende fendendo le mura verso il piano della campagna. In faccia al duomo, sul lato opposto della piazza, un alto porticato ad angolo accoglie i raggi del sole del pomeriggio.

Tutto è il risultato di un concerto di fatiche che hanno modellato il territorio in ogni sua minima parte. Sudore, impegno e ingegno, in cambio di una bellezza autentica, rivelata allo sguardo, utile e gentile.

Piena di grazia.

 

Un vento leggero proveniente da nord intanto gioca con il profumo di pecorino e rigatino alla piastra scivolato da una finestra dell’osteria di Piazza di Spagna, alla cui parete interna, di fianco alla piccola cucina a vista in cui sgomita l’istrionico oste, è appeso un manoscritto di Mario Luzi. Come niente fosse, la via riprende e, prima di varcare Porta al Ciglio, Via del Bacio piega ortogonale a destra e guida sulla terrazza sopra le mura, dove è visibile per intero ciò che era stato solo assaggio. Il nobile campanile guarda la Val d’Orcia e racconta storie centenarie all’Amiata, mentre il sole riscalda le ossa nei bei giorni d’inverno.