Patio cieco

Luca Montanarella

L’orchestra

«Secondo l’opinione diffusa, tra imparare e divertirsi la differenza è molto forte. Imparare può essere utile, ma solo divertirsi è piacevole. Occorre perciò difendere il teatro epico contro il sospetto che debba essere qualcosa di assai spiacevole, di noioso, o addirittura di faticoso.

Ci basterà allora osservare che la contrapposizione fra studio e divertimento non corrisponde affatto ad una legge di natura, non è qualcosa di immutato e di immutabile.

Indubbiamente lo studio, quale lo abbiamo conosciuto a scuola, nella preparazione professionale, ecc., è qualcosa di deprimente. Ma si rifletta anche in quali circostanze si svolge e a quale scopo si rivolge.

Esso è in realtà una compra. La scienza non è altro che merce, che viene comperata per essere rivenduta. Chiunque non sia più in età di sedersi sui banchi di scuola, deve praticare lo studio, per così dire, in assoluta segretezza; poiché chi ammette di dover ancora imparare, si svaluta e si pone al livello di chi sa troppo poco. Inoltre, l’utilità dello studio è fortemente limitata da fattori estranei alla volontà di chi studia. Contro la disoccupazione non c’è sapere che tenga; e la divisione del lavoro rende inutile e impossibile ogni sapere multiforme. Sicché lo studio finisce col diventare lavoro proprio di coloro che non hanno alcun bisogno di lavorare. Non è il molto sapere che procura potenza, ma è molto quello che ci si può procurare solo se si è potenti.

Assai diversa è l’importanza che lo studio ha per i diversi strati sociali. Alcuni di questi non pensano affatto a migliorare le loro condizioni di vita, poiché le giudicano ben soddisfacenti. Si dica quel che si voglia del petrolio, essi ci guadagnano sopra. Inoltre si sentono già un po’ attempati: non gli restano più molti anni da vivere. E allora, a che pro studiare tanto? Hanno già detto la loro ultima parola e amen. Ma vi sono altri strati sociali, quelli ‘il cui momento non è ancora venuto’, e che si sentono scontenti dei rapporti in cui vivono: costoro hanno per lo studio uno smisurato interesse pratico, vogliono assolutamente orientarsi, sanno che, senza lo studio, saranno perduti. Essi sono i migliori, i più avidi studiosi. Le medesime differenze valgono anche fra paesi, fra popoli. Il desiderio d’imparare dipende dunque da vari fattori; ma non si può negare l’esistenza di un entusiasmo per lo studio, di uno studio gioioso e combattivo.»

 

Bertolt Bretch, Il teatro didattico, in Scritti teatrali, Einaudi, 1957