Opera aperta

Daniele Panni

Kishio Suga, Placement of Condition, 1973

Il mondo in cui viviamo ci appartiene? Sempre in misura maggiore ciò in cui ci sentiamo identificati perde i suoi connotati, in un orizzonte di globalizzazione, incertezza, sradicamento. I cambiamenti climatici, modificando il nostro habitat, ci impongono di rivedere le modalità di insediamento sul pianeta e gli effetti che questo comporta: spesso le situazioni di emergenza e di catastrofe costringono ad una velocità di adattamento che deve trovare esiti adeguati in breve tempo. Altrettanto avviene come conseguenza all’affermazione della recente “economia della condivisione”: ovunque nel globo si prende a prestito per il tempo strettamente necessario ciò di cui si ha bisogno, dalla bicicletta, all’automobile, alla casa. Il rapporto con gli oggetti diviene sempre più superficiale, il legame con i luoghi impersonale, la relazione con le persone virtuale. Inoltre, dappertutto sul pianeta si assiste alla replica di un modello di sviluppo che produce secondo criteri astratti dal contesto nel quale si inserisce, dando luogo ad una uniformità nelle risposte in termini di qualità, fruizione, aspetto. L’essere umano contemporaneo ha due scelte di fronte a questa situazione: assecondare questa deriva oggettivizzante o reagire per rimarcare la propria identità. Entrambe le vie portano ad eccessi: nel primo caso egli potrà riconoscersi in ogni luogo e quindi in nessun luogo specifico, nel secondo escluderà la realtà intorno a sé sottolineandone le differenze con la propria. Le forme dell’abitare che ne deriveranno saranno ugualmente incomplete. In che modo l’architettura può rispondere a questa sfida di equilibrismo tra forze contrarie? Se da un lato il confronto con le forme sedimentate nella storia suggerisce una capacità di adattamento che trascende i mutamenti che da sempre avvengono, d’altra parte i rapidi cambiamenti che la contemporaneità ci impone comportano la ricerca verso una predisposizione alla veloce trasformazione sino ad ora senza precedenti. Per rispondere in maniera adeguata a questa sfida, l’architettura si dovrà concretizzare in una forma che non sia né totalmente ed esclusivamente autonoma e radicale, né si ponga come un oggetto potenzialmente riferibile a qualsiasi condizione: dovrà esser capace di accogliere il cambiamento che su di essa agirà, reagendo a sua volta senza snaturarsi ma ponendosi come supporto alle mutazioni superficiali che la interesseranno. In questo senso, dovrà acquistare dei caratteri che la avvicineranno alla disponibilità di ospitare manifestazioni di usi spontanei ed imprevisti propria dello spazio pubblico, di definirsi quindi come opera aperta.