Monumentum aere perennius?

Davide Fusari

J.Plečnik, Monumento al poeta Simon Gregorčič, 1936/37, dettaglio

Un recente viaggio a Lubiana mi ha posto di fronte, dopo tanto tempo e attesa, ad una città che pare essere quasi un tessuto trapuntato e impreziosito dalle architetture di un architetto, Jože Plečnik. 

 

La sua cifra dà forma a tutto il paesaggio urbano, e quasi ovunque il suo linguaggio è leggibile nella punteggiatura di busti, steli, are, epigrafi che ne segna le facciate, i viali e gli angoli. Ricorrono insomma monumenti che, nello scenario di una città di provincia che volveva a capitale, hanno contribuito a rappresentare una neomemoria nazionale.

 

Nella vulgata, il termine “monumento” viene associato sempre più per esteso a quelle opere che perpetuano il volere di chi le ha realizzate oppure in relazione alla scala della loro entità: sembra essersi perso invece il potenziale di quelle architetture, piccole o grandi, costruite per il solo scopo di trasmettere qualcosa -un fatto, un eroe, un valore- attraverso loro stesse.

 

Realizzare monumenti è una pratica antica che sa di modelli arcaici di potere ma che, in tempi più vicini a noi, ha trovato declinazioni più inclusive e articolate richiamando all'importante questione del farsi dell'identità composita delle comunità, ricordando atti di dominio e perdita; progresso e stasi; gioia e pianto.

 

Il Moderno ci ha insegnato che il linguaggio dell'architettura è lo spazio e attraverso questo ha trovato un suo modo per realizzare monumenti ai valori di una società in evoluzione: non da ultimo Louis Kahn con l'abitabilità del suo postumamente realizzato Roosevelt Memorial.

 

Oggi, sempre più, i monumenti sembrano essere realizzati solo per commemorare fatti negativi, per invitare a non fare più, segnando i luoghi della violenza con azioni alle volte nemmeno condivise, come ha dimostrato il caso del contestato taglio nel paesaggio a ricordo della strage di Breivik.

 

Forse abbiamo perso la percezione del buono che possiamo trasmettere, la condivisione dei modi attraverso cui vogliamo ricordare, la coerenza dei valori cui facciamo riferimento (o quantomeno la loro coesistenza: la comunità sono fatte di diversi): trasformata la vita in una sequenza di scatti, celebrando il qui ed ora, dimentichiamo cosa li sostiene e quali di questi vorremmo davvero perpetuare.

 

Plečnik con i suoi segni ci ricorda che la consapevolezza di ciò una comunità vuole rappresentare attraverso i simboli che sceglie potrà farne la storia e potrà contribuire a fare di quella comunità un esempio per altre. La contemporaneità quali storie racconterà? Troverà dei suoi linguaggi per farlo? Provocando, abbiamo qualcosa di buono da raccontare ai posteri?