La ricerca del consenso

Daniele Panni

Giotto, Enrico Scrovegni dona agli angeli una riproduzione della Cappella degli Scrovegni, 1302

L’architettura è da sempre un evento sociale. Presuppone la volontà di un singolo, o di una parte della società, di ridefinire le condizioni di abitabilità di un luogo, attraverso un processo che coinvolge diversi attori, i quali lo devono comprendere, condividere, attuare. In primo luogo, il promotore del cambiamento deve avere un’idea verso la quale tendere, un’immagine alla quale fare riferimento; successivamente, l’architetto ne deve intendere le aspirazioni e verificarne la fattibilità tecnica, confrontandosi eventualmente con altre figure. Il progetto viene quindi continuamente sottoposto a verifica da diversi soggetti, fino alla sua definizione finale. A questo punto, esso deve essere validato anche dalla comunità che ne verrà coinvolta, per la sua accettazione. Le ragioni profonde del progetto verranno quindi portate per spiegare la trasformazione e solo se saranno adeguatamente comunicate potranno essere comprese e condivise dalla maggioranza. È necessario quindi rispettare un codice che permetta alle diverse parti di entrare in relazione per la riuscita di tutto il processo. Ma in un’epoca in cui la sovrabbondanza di immagini tocca ogni aspetto, è questa la strategia adeguata per trovare il consenso?

 

«Al principio c’era il segreto, ed era la regola del gioco delle apparenze. Poi ci fu il rimosso, e fu la regola del gioco della profondità. Infine ci fu l’osceno, e fu la regola del gioco di un universo senza apparenze e senza profondità – di un universo della trasparenza. Oscenità bianca. Tutto fa superficie, ma non c’è più un segreto di queste cose superficiali. Ciò che era tenuto segreto, o anche che non esisteva, si è trovato espulso a forza nel reale, rappresentato al di là di ogni necessità e di ogni verosimiglianza. Forcing della rappresentazione. Ad esempio il porno: l’orgasmo a colori e in primo piano non è né necessario né verosimile – è solo implacabilmente vero, anche se non è la verità di un bel niente. È solo abiettamente visibile, anche se non è la rappresentazione di alcunché. Perché una cosa abbia senso, ci vuole una scena, ci vuole un’illusione, un minimo di illusione, di movimento immaginario, di sfida al reale, che vi coinvolga, che vi seduca, che vi ripugni. Senza questa dimensione propriamente estetica, mitica, ludica, non c’è nemmeno scena del politico, in cui qualcosa possa essere un evento. E questo minimo di illusione è scomparso per noi: non c’è alcuna necessità né alcuna verosimiglianza per noi negli avvenimenti del Biafra, del Cile, della Polonia, del terrorismo o dell’inflazione, o della guerra nucleare. Ne abbiamo una sovrarappresentazione attraverso i media, ma non una vera immaginazione. Tutto ciò è per noi semplicemente osceno, poiché attraverso i media è fatto per essere visto senza essere guardato, allucinato in filigrana, assorbito come il sesso assorbe il voyeur: a distanza. Né spettatori, né attori, siamo dei voyeur senza illusioni.»

 

Jean Baudrillard, Le strategie fatali, Feltrinelli, 1984