La ragazza con il timpano perforato

Marco Zonca

Banksy, The girl with the pierced eardrum, 2014

È durato solo un secondo. Un suono improvviso, lancinante. In quel vicolo, il buio veniva inframezzato dalle luci fioche di alcuni lampioni. Poi, ad un tratto, il suono. La luce giallastra intermittente. Lei si gira per un attimo. Forse attirata dalla mia presenza, forse preoccupata, forse più semplicemente presa alla sprovvista dall’allarme. Ha lineamenti gentili, il capo coperto da uno strano turbante. Lo sguardo preoccupato, poi incuriosito. Si accorge di me solo per un breve attimo, ma sembra quasi avermi conosciuto. Uno sguardo sorpreso, sospettoso, illuminato, complice. Apre per un attimo le labbra, come per dire qualcosa. Poi si ferma, abbassa gli occhi, indietreggia. Il corpo si sposta con una reazione involontaria, per tentare di allontanarsi da quel suono. Il vicolo sembra ancora più stretto, si rivela poco a poco. Rivela i segni di un tempo che sembra essersi abbattuto in quello spazio angusto, dove nulla sembra avere importanza, sembra avere un senso, uno scopo. Niente esiste, se non il rumore, violento, e la luce, rivelatrice d’ombre che contengono mistero e quotidianità. Lei mi guarda, acclimatatasi al rumore, al freddo di quelle serate invernali. I capelli quasi completamente coperti da quel copricapo insolito, dal quale nessuna ciocca fa capolino, con una strana linearità che stona rispetto al suo abbigliamento. Non avevo mai visto nessuno vestito in quel modo. Sembra comparsa da un altro mondo, un ricordo sbiadito che torna vivido per un breve attimo. Mi guarda immobile, mentre la staticità del contorno diventa intermittenza. Di colori, di suoni, di tempo. Il grigio e il nero si mescolano ad un giallo invecchiato, sbiadito e stanco. Stanco di vedere, di chiamare, di vigilare. La neve grigiastra si mescola all’asfalto rovinato, la pioggia battente lava il giallo riflesso della stradina e delle pareti che la rinchiudono, verso un punto cieco alla fine. Rimango immobile ad osservare la compostezza del corpo, la grazia dei movimenti fulminei, improvvisi, a tratti impercettibili. Cadono gocce sui nostri volti, disegnano i contorni nelle nostre realtà. Si fanno più insistenti, i volti diventano acquerelli. Gli occhi sono fermi, immobili, specchi che riflettono le tonalità di giallo che riempiono lo spazio, deformando la percezione dei colori reali. Il tempo rimane immobile in attesa di un evento. In attesa di un nuovo limite tra prima e dopo. Tutto resta com’è, tranne la pioggia, che si ferma nel suo continuo cadere, regolare, cadenzato. Come quel suono fastidioso, regolare, cadenzato, ormai familiare, conosciuto, non temuto. Il freddo supera la fragile resistenza degli abiti, l’acqua si confonde con la terra. Una goccia nera segna il viso della ragazza. Si volta, corre lontano. Non ho la forza per seguirla. Rimango immobile, cristallizzato nel freddo che diventa ghiaccio. La pelle prende il sopravvento sul resto del corpo, la lotta contro le rigide temperature di quella notte impone un rinsavimento. Il suono si ferma, rimane solo l’eco di passi veloci e regolari, bagnati di pioggia. L’orizzonte è libero. Resta solo una piccola rifrazione di luce sull’asfalto. Un piccolo orecchino, a forma di goccia. Lo prendo, lo chiudo in un pugno, ricordo di un attimo. Mi volto, torno sui miei passi.