La promessa

Andrea Milesi

Fréart de Chambray, invenzione dell’ordine corinzio in Parallèle de l’Architecture Antique et de la Moderne, Parigi, 1650

Spesso mi capita di pensare se ne vale la pena. Faticare nella ricerca di quella bellezza autentica che sta sul fondo di tutte le cose. Spendere il tempo di una vita, le energie, bestemmiando in un’impresa dichiaratamente impossibile, quando poche persone hanno il potere con un banale, facile e stupido gesto di cancellare tutto in un istante. Migliaia di anni di storia, di infinitesime evoluzioni frutto di prove, errori, ripensamenti, recuperi e sacrifici che ci hanno portato fin qui, consegnandoci un patrimonio sterminato. In questi momenti torna alla mente Callimaco che osservando gli oggetti cari posti sulla tomba di una giovane ragazza, manifesto di morte prematura, della fine di ogni cosa, inventò l’ordine corinzio portatore di nuova linfa all’architettura greca ed occidentale in generale. Da una fine, l’avvenire. Forse anche noi, nel nostro essere inermi, senz’armi di fronte ad una completa cancellazione di ogni traccia di civiltà e quindi di umanità, dobbiamo perseverare nella nostra ricerca mantenendo, custodendo e rinnovando nei nostri cuori quella promessa come unica difesa contro il nulla totale. Di fronte all’inesauribile spinta verso la distruzione è necessario contrapporne un’altra uguale e contraria e prendersene cura, nutrendola con continuità poiché fragilissima, in modo che non cessi mai di esistere e soprattutto di resistere.

 

«Quando uscivi dalla porta sul retro di quella casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo alle erbacce. C’era un tubo zincato che scendeva dal tetto e l’abbeveratoio era quasi sempre pieno, e mi ricordo che una volta mi fermai lì, mi accovacciai, lo guardai e mi misi a pensare. Non so da quanto tempo stava lì. Cento anni. Duecento. Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello. Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiù mezzo e profondo altrettanto. Scavato nella pietra a colpi di scalpello. E mi misi a pensare all’uomo che l’aveva fabbricato. Quel paese non aveva mai avuto periodi di pace particolarmente lunghi, a quanto ne sapevo io. Dopo di allora ho letto un po’ di libri di storia e mi sa che di periodi di pace non ne ha avuto proprio nessuno. Ma quell’uomo si era messo lì con una mazza e uno scalpello e aveva scavato un abbeveratoio di pietra che sarebbe potuto durare diecimila anni. E perché? In cosa credeva quel tizio? Di certo non credeva che non sarebbe mai cambiato nulla. Uno potrebbe anche pensare questo. Ma secondo me non poteva essere così ingenuo. Ci ho riflettuto tanto. Ci riflettei anche dopo essermene andato da lì quando la casa era ridotta a un mucchio di macerie. E ve lo dico, secondo me quell’abbeveratoio è ancora lì. Ci voleva ben altro per spostarlo, ve lo assicuro. E allora penso a quel tizio seduto lì con la mazza e lo scalpello, magari un paio d’ore dopo cena, non lo so. E devo dire che l’unica cosa che mi viene da pensare è che quello aveva una sorta di promessa dentro al cuore. E io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra. Ma mi piacerebbe essere capace di fare quel tipo di promessa. È la cosa che mi piacerebbe più di tutte.»

 

Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi, Einaudi, 2005