La profondità della superficie

Daniele Panni

Caravaggio, Flagellazione di Cristo, 1607 - 1608 | Tempio di Atena, Cattedrale della Natività di Maria Santissima, Siracusa, V sec. A.C. - 1753

La condizione della contemporaneità impone spesso una frenetica velocità di azione: i rapidi cambiamenti legati al costante aggiornamento delle tecnologie, la serrata concorrenza a livello globale, la spasmodica spinta verso la crescita e l’innovazione, costringono ad una risposta tanto immediata quanto superficiale. L’immagine diviene quindi uno strumento molto potente, sia in senso positivo sia in negativo: capace di trasmettere un messaggio universale grazie ad un linguaggio ed un codice condiviso in un caso, vuoto contenitore di significato se non adeguatamente approfondita nell’altro. In architettura, questi due estremi vengono amplificati nell’opera costruita: l’idea si lega all’immagine, l’immaginazione si concretizza, l’immagine prende corpo attraverso peso e materia, tanto impalpabile il primo quanto tangibile la seconda. La materia stessa incarna il farsi dell’idea, stabilendo una relazione, una corrispondenza tra le due. Questo rapporto influenza l’immagine con dei valori che la materia porta con sé, così come la materia si fa portatrice di ciò che l’immagine vuole trasmettere. Eppure, nonostante l’immagine di architettura si sia evoluta fino ad avvicinarsi e quasi coincidere a uno strumento pubblicitario, così non può essere per la sua forma costruita. Essa si basa sulla sapienza nell’uso dei materiali e delle loro caratteristiche, della loro origine, trasformazione e manipolazione. Terra argillosa cotta, sabbia e polvere di pietra impastate con acqua, metallo fuso in forme: materie prime ancora oggi processate come nell’antichità, tradizione costruttiva che sostanzialmente non si modifica nel tempo. L’architettura non si risolve quindi nell’immediatezza di un’apparenza, coinvolge tempi lunghi che presuppongono lo stratificarsi della materia in una forma: materia prima che viene estratta, e quindi sottratta al globo, e deve essere organizzata in maniera consapevole. Essendo il nostro pianeta finito, limitato, la scarsità di risorse non deve essere vista come un ostacolo, ma imporre una riflessione per la ricerca di soluzioni che ottimizzino i mezzi a disposizione per superare le condizioni di partenza e mettere in atto una trasformazione favorevole alle necessità che l’hanno richiesta. Solo portando dal buio alla luce, facendo emergere i valori che per necessità devono essere coinvolti, i quali già sono presenti in profondità, l’innovazione può realmente chiamarsi tale.