La maniglia

Andrea Milesi

Edward Hopper, New York Movie, 1939

Appena salite le scale, nello stretto e scuro corridoio illuminato da un’unica lampada a parete, il rumore dei passi è essenzialmente inesistente, smorzato dalla moquette blu a contrasto con le pareti color panna.

 

Era stata voluta dal proprietario del motel per non disturbare il sonno o i riti d’amore degli avventori, dopo che un cliente straniero, forse greco, uscito dalla stanza attrezzato di tutto punto per una battuta di caccia Inuit si era lamentato con ampi ed inconsulti gesti delle braccia di non riuscire a concentrarsi a dovere per il continuo viavai che interessava il corridoio. Il locandiere, con insolita premura, si era allora recato dall’unico tappezziere del quartiere che gli aveva mostrato diversi campionari. All’interno di uno di quelli impolverati e non più di moda aveva trovato una moquette che gli aveva ricordato subito quella dell’hotel di Dieppe in cui era stato con la moglie trentaquattro anni prima durante il loro viaggio di nozze e al cui termine sarebbe fuggita per sempre. Gliela ricordava non tanto per il colore, la trama o la fantasia, quanto per l’odore intenso di ginestra che gli riportò subito alla mente quei giorni di spensierata incoscienza durante i quali arrivò perfino a pensare di poter esser felice. Decise comunque per un altro modello più economico e privo di ricordi divenuti, a quel punto, inutilmente dolorosi.

 

La porta, come le altre costruita in legno di ciliegio, è di buona fattura e decorata con riquadri simili a quelli che poco fa, sul tram, sostenevano scomodamente la schiena dei viaggiatori seduti sulle panche. L’ambiente, la sua atmosfera e il suo odore, gli oggetti che lo popolano, la vista sulla strada, il colore delle lenzuola. Tutto è sconosciuto al di là di quei pochi centimetri di legno. La protuberanza in ottone lucido si fa notare nella penombra per il tono dorato del riflesso che restituisce la poca luce ricevuta dalla lampada. Attende il palmo della mano che da sempre è il proprio grembo, la forma complementare, l’unica capace di darle un senso. Aspetta la stretta salda delle dita, la leva del braccio. Nell’angolo lontano, nel frattempo, un piccolo tavolino in ferro sostiene con inaspettata grazia un vaso di tulipani di diversi colori. Al tocco è fredda, ruvida di piccole ammaccature, e mentre lo scatto della serratura solleticando l’orecchio, dalle dita arriva al palmo, si trasmette al polso e, passando per il braccio giunge alla spalla, i battiti del cuore aumentano. L’occhio, socchiuso, mira in basso e la mente corre a percorrere la sua schiena bianca che aspetta, come la maniglia, di essere innescata dal movimento della propria mano.