La finestra

Andrea Milesi

Caspar David Friedrich, Donna alla finestra, 1822

L’alba si presentò sotto le sembianze del suono soffuso della campana che annunciava la partenza del battello da pesca più fortunato della cittadina, comandato da un capitano che diceva di provenire da un piccolo paese adagiato sulla costa italiana del Mare Adriatico e che qualche scherzo del destino aveva portato in quel freddo porto del nord.

 

Era la terza mattina dalla sera della partenza e si svegliò inaspettatamente sola. Il letto vuoto alla sua destra la distrasse per un momento dall’aria viziata e calda che decantava stancamente nella stanza buia. Cercò le scarpette di seta con il piede destro senza trovarle, si alzò dunque scalza e a tentoni si diresse dove sapeva. Trovò immediatamente, dietro la tenda leggera, lo scuro in legno lisciato dalla lacca e scorrendone il bordo con il palmo della mano in una lieve carezza trovò anche il gancio che ruotò in alto. Infine aprì l’anta. Un semplice gesto che ancora una volta faceva entrare quella stanza, e lei con essa, in un nuovo giorno, all’interno del quale trovare piccole gioie e la forza di andare avanti, di faticare nutrendosi voracemente di tutta la speranza che riusciva a racimolare e custodire. Per un istante l’aria gelida del mare le fece mancare il respiro e la luce pallida del mattino lacrimare gli occhi che subito avvicinò alle mani per asciugarsi. Appena riuscì a riaprirli si sentì bene. La luce entrava nella camera e la brezza, dopo averle fatto scivolare dolcemente una ciocca di capelli sul collo, andò a ripulirne l’aria. La vista degli alberi maestri delle navi ormeggiate che oscillavano a tempo e controtempo la fece per un istante estraniare dal proprio corpo, finché una vertigine che per poco non la fece cadere, la riportò al presente e in quel preciso luogo. Vide allora un bambino attraversare a passo incerto il molo in pietra bianca. Teneva fra le mani il filo di un aquilone a forma di farfalla, uno dei tanti che contribuivano a rendere più colorato il paesaggio lattiginoso e altero della Bretagna. La bellezza, pensò. E ad un tratto un’improvvisa folata glielo portò ad un palmo dal viso, tanto che riuscì a sentire il fruscio del vento che ne accarezzava il telo, sostenendolo delicatamente.

 

Fu in quel momento che, voltandosi verso la stanza e vedendola finalmente illuminata, notò un piccolo biglietto di carta che il suo brusco risveglio, il vento freddo, la gravità o alcuni di questi fenomeni combinati insieme, avevano accompagnato sotto un’enorme cassapanca in legno scuro. Provò allora a liberarlo ma non fece altro che spingerlo ancora più in profondità, fino a renderlo irrecuperabile. Rialzandosi pensò che non aveva grande importanza, dato che poteva esser lì dalla sera avanti, o addirittura da prima che arrivassero. Ritornò allora al davanzale cercando di non pensarci e fu nell’istante in cui indovinò la propria condizione che l’aria salata del mare, con uno scherzo da ragazzo, le fece sbattere l’anta della finestra sulla spalla, facendole sentire un poco di freddo alla schiena.