La costruzione di un equilibrio

Daniele Panni

Tre stati, 2011

Percorrendo la strada che dal paese si addentra all’interno del Parco Nazionale, la quale si snoda serpeggiando tra le alture preandine che dolcemente si immergono nel lago, improvvisamente, in lontananza, appare: tra i dolci rilievi verdeggianti, ricoperti da una vegetazione rigogliosa, il suo profilo seghettato ed il suo colore, talmente bianco da assorbire l’azzurro del cielo, lo fanno sembrare un manufatto alieno. Avvicinandosi ci si rende conto della magnificenza e della potenza di questo organismo, tali da formare una diga naturale all’incontro tra i due laghi, regolandone il flusso: l’imponente parete che si manifesta compatta alla vista sopra il pelo dell’acqua, al di sotto è lentamente e costantemente ammorbidita, levigata, erosa dalla pressione del liquido, sino a formare un arco che la lega alla terraferma, destinato a crollare e a riformarsi in un ciclo eterno scandito dal confronto tra acqua e terra. Sulla sommità di questa superficie cristallizzata, si è immersi in un paesaggio estraneo, desertico, plasmato da forze sovraumane, formato da guglie e crepacci scavati da rivoli d’acqua che affiora qua e la per poi sprofondare nella fragile materia di cui è composto. Materia che, prelevata dall’oceano, viaggia sospinta dai venti sino ad incontrare i rilievi della catena delle Ande, dove precipita e si deposita, stratificandosi sotto il proprio peso e cominciando perciò a scivolare lungo il versante opposto, talmente adagio da impiegare 2000 anni per raggiungere le acque del lago. Camminando su questa formidabile costruzione, l’attenzione è massima, per lasciare la propria traccia il meno possibile e non perturbarne quindi la delicata e preziosa stabilità.

«Il sistema capitalista, esplorati e largamente provveduti del necessario tutti i mercati del mondo, si è trovato costretto – dalla fatalità diabolica di superarsi continuamente – a imporre, non a dei selvaggi, ma a paesi già stracolmi di merci, una specie di ingozzamento generalizzato: il “sovraconsumo”. Allora, cave e miniere vengono spillate come le botti della cambusa su una nave ammutinata. Petrolio, carbone, minerali, sgorgano dalle viscere della terra come sorgenti che non dovrebbero mai esaurirsi. Ogni discrezione viene abolita nei confronti della madre natura; e più che abolita, schernita. L’uomo si gloria di pesare sulla terra, lacerando la sua crosta, radendo la sua vegetazione secolare, violando le sue più segrete intimità, rischiando alla fine di farla saltare, e di saltare con lei. Il dogma del giorno è lo spreco di una riserva cosmica insostituibile e concessa una volta per sempre; mentre l’alimentazione energetica avrebbe dovuto essere assicurata – senza danno per l’ambiente e con ogni perfezione tecnica – dall’impiego integrale del ciclo dell’acqua, dall’uso intensivo di questa rendita che si rinnova annualmente e che il sole mette a nostra disposizione: l’insieme delle acque che scorrono sulla nostra terra.»

Le Corbusier, Il sovraconsumo, in Antologia degli scritti, Roma Design Più, 2016