La caffettiera

Andrea Milesi

Aldo Rossi, Il caffè del mattino, 1990

Quella mattina, quando rientrò in casa, aveva le mani piene delle tante cose appena comprate al mercato del porto. Ci andava sempre presto, prima di recarsi al lavoro, in modo da poter scegliere i granchi più freschi. Si era ritrovata completamente fradicia, dato che era il primo giorno di pioggia dopo almeno tre anni di siccità. Mentalmente stava già pensando ai movimenti da seguire per sistemare tutto nel minor tempo possibile, per questo impiegò qualche minuto ad accorgersi che qualcosa era differente rispetto a quando era uscita. Non era una questione di luce, di oggetti disposti in modo diverso, ma piuttosto un odore di mattina che da un po’ non sentiva. Un profumo accompagnato da un sommesso borbottio, come di motore che gira al minimo, senza fatica e a ritmo perfetto, a tempo di batteria. Si mosse stranita, inciampando nel cane ancora addormentato tra soggiorno e cucina.

 

L’aveva trovato sotto la pensilina di una fermata del tram, già vecchio e piuttosto brutto a vedersi, e non gli aveva saputo resistere. Portava al collo, legato con un filo di spago, un pesciolino d’oro fatto a mano. Ne cercò per mesi il padrone, ma senza risultato. Era fatta così, non aveva mai saputo resistere all’imperfezione, con l’idea che le cose si potessero mettere a posto, e che nel farlo avrebbe potuto lasciare un segno, seppur minimo, del proprio passaggio e del proprio scopo nel mondo. Un infinitesimo cambio di rotta di un’infinitesima parte di universo. Così lo aveva preso con sé e lui si era lasciato prendere. Aveva barattato i suoi ultimi anni di avventurosa libertà per la certezza di un piatto di avanzi al giorno, un po’ di tepore. Decise di non dargli mai un nome, dato che probabilmente ne aveva avuto già uno e pensò che fosse più che sufficiente. Per chiamarlo, fischiettava un motivetto di tre note.

 

Comunque, si diresse in cucina seguendo il profumo e quella che ormai era una musica e sapendo quello che avrebbe trovato. Infatti la caffettiera era sul fuoco e sbuffava e arrivò appena in tempo per spegnere ed evitare di sporcare. Era cromata, di una forma che vagamente ricordava un campanile, o uno di quei giochi in legno per bambini che permettono di costruire forme complesse partendo da elementi primari. Lei in casa non la teneva perché da un po’ di tempo preferiva prendere il caffè al lavoro, ad uno dei soliti distributori automatici ed era solita sfruttare i pochi secondi d’attesa che regalava l’erogatore per organizzare le consegne del mattino. Quella l’aveva data via anni prima e portava con sé un’infinità di ricordi. Ora era lì e la sua immagine si caricava di un ulteriore, inaspettato avvenimento. Adagiato di fianco sul piano della cucina, un rametto di rosmarino fresco. Le scappò un sorriso. Si sedette e, versandosi il caffè nella tazzina, si scottò una coscia.