L'armadio

Andrea Milesi

Luigi Ghirri, Masone Reggio Emilia, 1985

uno, due, tre, quattro…

 

Nella casa di vacanza in collina ci andavano ogni estate da che aveva ricordo. Erano giorni caldissimi, di un’afa densa, durante i quali rivedeva parenti lontani, vecchie nonne con storie di guerra da raccontare e l’immenso numero di cugini di cui a malapena ricordava i nomi. Agli altri parenti non faceva caso, se non alle ore dei pasti, durante i quali si divertiva ad ascoltarne le discussioni che spesso sfociavano in formidabili litigi. Per tutto il resto della vacanza essi erano comparse di quell’intervallo, di quella lunga ricreazione durante la quale tutte le attività familiari erano sospese, come del resto il tempo, che sembrava fisso sulle cinque del pomeriggio. Al piano di sopra, in fondo al lungo corridoio che portava alle camere da letto, si trovava una stanza in cui era ammucchiata una serie infinita di oggetti probabilmente mai utilizzati e in cui andava sempre da solo. L’odore persistente di muffa caratterizzava il tempo che impiegava per la ricerca di qualche tesoro sommerso in quell’archivio di inutilità. Libri scritti nelle lingue più disparate, un abito da sposa di grossa taglia con una scollatura profondissima, un vecchio letto a due piazze lungo un metro e mezzo, monete con incise effigi di regimi da tempo caduti. C’era perfino una statua della Nuestra Señora de Luján che con la sua grande corona faceva bella mostra in una vecchia cassa di arance appoggiata su una sedia rossa ancora nuova che doveva provenire dall’ osteria aperta dal nonno anni prima e chiusa in men che non si dica, senza nemmeno aver versato un bicchiere. E poi tantissimi bauli accatastati uno sopra l’altro, la cui apertura ed esplorazione avrebbe richiesto mesi. Raramente avrebbe ritrovato la magia condensata in quella stanza. Ed era nell’armadio posto in fianco alla finestra, che una volta iniziato il rimpiattino, andava ogni volta ad infilarsi, con respiro alleggerito e passo rallentato. Movimenti attenti carichi di cura certosina, da archeologo. Si rannicchiava sopra le coperte ripiegate, con la fronte adagiata sulle ginocchia unite, le braccia strette sulle caviglie e la schiena incastrata nell’angolo. Era come entrare in uno strumento musicale, una stiva di nave pirata, una macchina del tempo. Legno di castagno, di semplice fattura la struttura. Un profumo ancora intenso di bosco e foglie secche. Era cullato da quello scrigno tanto che spesso vi si appisolava, in viaggio verso mete lontane, cammini avventurosi, un paio di trecce bionde, un’impennata sulla più veloce tra le motociclette.

 

…quarantasette, quarantotto, quarantanove… CINQUANTA! VIA!

 

Poco gli importava che, come al solito, l’avrebbero trovato per primo. Sarebbe allora uscito dal nascondiglio ma senza correre, assaporando ancora una volta quel profumo così intenso che molti anni dopo, rientrato in quella stanza per la vendita della casa, gli avrebbe riportato alla mente il ricordo di un’infanzia ormai lontana.