L'architettura della scomparsa

Damian Plouganou

Cueva de Antiloquìa

Esiste una intrinseca dipendenza dalla rappresentazione nell’architettura dell’antica Grecia – e in qualsiasi riferimento alla capanna primitiva – che trova il suo contrappunto nel concetto costruttivo ai suoi antipodi: la caverna.

Nelle costruzioni paleocristiane è però palpabile la scomparsa di questa dipendenza; una scomparsa che, è bene rimarcare, si manifesta letteralmente, attraverso un’esperienza architettonica che non si sviluppa in uno spazio fisico vero e proprio.

Bruno Zevi sottolinea i passi in avanti compiuti dall’architettura romana nella concezione degli spazi interni e, specificatamente, attribuisce all’architettura cristiana – alla corruzione della forma determinata dal circolare e abitare la basilica – il passo definitivo verso la spazialità.

Nell’architettura romana è invece ancora impossibile dimostrare una genesi dell’architettura che non si sviluppi a partire dall’esterno.

Fa eccezione la Cisterna Basilica, costruita da Giustiniano I nel VI secolo a Costantinopoli, la quale, pur presentando un impianto tettonico essenziale – è completamente ipogea –  ricerca comunque un’espressività: l’ordine corinzio, la colonna delle lacrime, le basi con le teste della Medusa... un monumento sommerso.

Nelle prime costruzioni paleocristiane d’Antiochia, realizzate tra il II e il III secolo, il richiamo alla ‘caverna’ risulta più radicale: l’architettura è riservata unicamente ai fedeli – anonimi ed esiliati – e racchiude tanto le necessità domestiche come quelle spirituali, includendo altresì l’espressione artistica; i muri vengono ricoperti da rappresentazioni bibliche e racconti di omicidi e torture di una religione fino a quel momento pagana. Ancor più impressionante ai nostri occhi risultano i ritrovamenti di oggetti quotidiani all’interno di questi luoghi: tavoli, nicchie scolpite nella roccia, scale e passaggi scavati, dispense e cucine.

Nelle costruzioni bizantine l’architettura si presenta ancora una volta come edificio, ereditando però la condizione di caverna e tornando, forse per la prima volta, ad essere invisibile. Santa Sofia, sempre a Costantinopoli, rivela la sua vera dimensione solo interiormente; l’esterno non è altro che la sua risoluzione costruttiva: si tratta di una caverna ricavata da una montagna costruita dall’uomo.
Al giorno d’oggi, il concetto di ’ capanna primitiva’ è ancora dominante nel mondo della rappresentazione e della cristallizzazione di una idea a differenza del concetto di caverna che, invece, grazie alla sua ‘invisibilità’, permetterebbe di liberarsi di molti vincoli e suggerire nuove esperienze spaziali; non a caso, per Platone, l’abbandono dell’ignoranza coincide con il mito della caverna.

Viene meno l’esigenza che l’architettura si manifesti come un oggetto; al circoscrivere la sua essenza al rifugio si limita anche il suo ruolo civico, svincolandola da eventuali dilemmi razionalisti. Non più un’architettura per la comunità, nessun simbolismo ma soltanto un paesaggio manipolato nel quale si innesta un essere alieno, artificiale, che si limita a soddisfarne le necessità più essenziali.