L'altra sostenibilità

Luca Montanarella

Immersione

Accostare il concetto di sostenibilità al disegno di architettura costituisce una costante per il progettista contemporaneo. Si tratta infatti di un termine accomodante, universalmente accettato come valore indiscutibile di qualità anche dai non addetti ai lavori – clienti, investitori, curiosi – ma altrettanto ridondante in quanto dovrebbe rappresentare una condizione intrinseca della professione e non un suo carattere straordinario. L’architetto Javier del Rio sottolinea come ‘‘differenziare l’architettura dall’architettura sostenibile equivarrebbe a distinguere un medico da un medico che cura’’, esplicitando un paradosso ai limiti del surreale che dovrebbe semplificarsi nel dualismo tra buona architettura e cattiva architettura. È necessario dunque che la sostenibilità sia componente naturale dell’intero processo del progetto architettonico e non relegata a capitolo indipendente, caricata di presunte responsabilità salvifiche in grado di mitigare, talvolta correggere, un disegno inappropriato. Delegare ai pannelli solari, agli impianti geotermici o ai materiali di ultima generazione della facciata la responsabilità di garantire il corretto funzionamento dell’edificio significa cadere nell’errore di confondere la sostenibilità con la tecnologia e che quest’ultima sia il fattore discriminante per valutare la qualità del progetto invece che ultima, sensazionale, risorsa per risolvere situazioni puntuali. Bisogna allora allontanare l’idea di sostenibilità dalle soluzioni tecniche e ingegneristiche in quanto cercare facile rifugio nella soluzione tecnologica contribuisce a capovolgere le gerarchie della progettazione, allontanando l’artefatto dal suo contesto, dove trovano luogo le radici della sostenibilità. Un contesto che non dovrebbe mai essere romanzato ma rappresentare l’habitat di un oggetto architettonico inteso come materia viva, come un organismo che dovrà essere capace di respirare autonomamente fin dalla sua origine senza essere arricchito da innesti e protesi se non strettamente necessarie alla sua sopravvivenza. Sarà il luogo stesso a suggerire le corrette geometrie dell’edificio per dialogare con la sua geografia, a mettere a disposizione dell’architetto i materiali più appropriati per qualità statiche e cromatiche, ad indicare le migliori tecniche costruttive derivate della sua storia e della memoria degli uomini che lo abitano. Tutte risposte che si possono riscoprire in quelle architetture prive di autore sopravvissute nel corso dei secoli e cariche di un sapere profondo, un pensiero più radicato al territorio figlio della minore accessibilità alle risorse, che ha indotto a tracciare percorsi alternativi più articolati per raggiungere l’agognato obiettivo: la condizione di benessere nello spazio architettonico. Percorsi che nella loro articolazione marcano la differenza tra architettura e costruzione, un lavoro artigianale lungo e meticoloso che costituisce quel patrimonio culturale fragile che l’architetto ha il dovere di proteggere e comprendere, ricercando una sostenibilità non più tecnica ma sociale.