Il Secondo Settore

Luca Montanarella

13.04.2011

La foschia che avvolge Valparaíso fin dalle prime luci dell’alba non abbandonerà la città prima di mezzogiorno, amplificando il rumore del traffico e delle urla dei fruttivendoli del mercato di calle Uruguay. In lontananza, i cerros colorati che si affacciano a ventaglio sul porto sembrano contendersi nervosamente l’esposizione a Nord sull’oceano Pacifico. Fa eccezione il cerro Playa Ancha, le cui dimensioni generose guardano a Ovest, completando il disegno del golfo di Laguna Verde. Lo sviluppo urbano di Playa Ancha è sfuggito di mano a qualsiasi logica progettuale; i suoi terreni sono stati conquistati orgogliosamente dagli abitanti che, dopo aver perso le proprie case per il terremoto, non avevano tempo di aspettare le risposte statali per fronteggiare l’emergenza. La regolarizzazione a posteriori e senz’anima di questa crescita imprevista viene testimoniata dai nomi assegnati dal Comune ad i vari quartieri: Primo, Secondo, Terzo, Quarto, Quinto, Sesto e Settimo Settore. Il taxi collettivo intercettato nei dintorni di Plaza Victoria risale veloce l’Avenida Santa Maria lasciandoci di fronte alla piccola Scuola Elementare Japón, nel cuore del Secondo Settore. L’assemblaggio delle case che la circondano, progettate negli anni ’60 dalla Corporación de la Vivienda, traccia un profilo incerto del sobborgo, manifestando l’incapacità del progetto originario di dialogare coerentemente con una geografia articolata ma privilegiata, ricca di dirupi, depressioni, terre argillose ed alberi scuri. Una condizione naturale di belvedere sull’oceano. I campamentos sono distribuiti in modo solo apparentemente disordinato lungo tutti quei terreni più scoscesi e meno agevoli che abbracciano il nucleo del quartiere. Si può affermare che queste costruzioni informali di informale hanno in realtà ben poco; più povere nei materiali rispetto alle favelas brasiliane, vengono installate in poche ore, durante la notte, per passare inosservate. Per quanto molto precari, sono gli unici edifici del Secondo Settore a contemplare un intorno, addomesticando con operazioni architettoniche minime le complessità del paesaggio e riproponendo i caratteri identitari dei rioni più consolidati di Valparaíso, dove ogni edificio si vincola al contesto attraverso interventi micro-urbanistici quali piccoli piani orizzontali, rampe o scale. Senza voler occultare i limiti infrastrutturali di questi insediamenti – strade di fango, assenza di illuminazione pubblica e di sistemi di fognatura… – la loro capacità di sviluppare salde radici in armonia con il luogo offre una risposta alternativa al concetto di ‘dignità’ sbandierato dai progetti di residenze sociali, spesso architetture più di discriminazione che di inclusione a causa della loro riconoscibilità e delle inevitabili costrizioni spaziali. Un’amministrazione dello spazio che, invece, nei campamentos è più sana in quanto figlia di una scelta, di una volontà di appropriazione di un sito determinato che partecipa alla risoluzione dell’ossessione che attanaglia una città portuale priva di ogni contatto diretto con l’acqua: riconquistare il mare attraverso la propria geografia.