Il matrimonio

Luca Montanarella

Kurashiki

La cena viene servita al ristorante dell’ultimo piano in una elegante sala dalle ampie vetrate ed illuminata da luci piccole e soffuse che avrebbero, parzialmente, compiaciuto Junichiro Tanizaki. Le posate e le cupole d’argento dei coperchi riflettono deboli bagliori catturati in un ambiente dominato dall’ombra e dal silenzio. La prima notte si rivela più lunga del previsto a causa delle sette ore di fuso orario che da una parte limitano il sonno ma dall’altra offrono l’opportunità di esplorare a lungo la città che – non – dorme. Seduto sul letto della stanza si scorge dalla finestra, affogato nel blu del cielo, un grattacielo bianco adagiato su un groviglio di strade brillanti, dorate dallo scorrere intermettente dei fanali accesi delle macchine. Il mattino seguente è avvolto dalla nebbia; l’altezza dell’edificio, sproporzionata rispetto al quartiere dove sorge, ed il colore lattiginoso delle nubi rendono sorda la percezione del paesaggio, improvvisamente distante ed asettico. Le macchie verdi dei grandi parchi e l’alta torre di trasmissione costruiscono i riferimenti minimi per orientarsi in un oceano indistinto di case e uffici. Un taxi nero con i sedili rivestiti di pizzo ci accompagna alle soglie del santuario shintoista Meiji, raggiungibile solo a piedi seguendo il largo sentiero di ghiaia. Le imponenti donazioni di barili di sake testimoniano la prossimità al tempio che si manifesta pochi metri dopo in tutta la sua solennità, dove lo scheletro di una struttura in legno scuro sostiene le voluminose coperture che proteggono dalle intemperie le vasche d’acqua e le tavole dei voti. L’ariosa corte centrale è teatro del matrimonio. Poche decine di amici e parenti accompagnano ordinatamente la coppia di sposi, protetta sotto un ombrello di carta di riso dal sacerdote che li succede di pochi passi. Nelle orecchie, il suono delle foglie autunnali agitate dal vento e dei sandali che accarezzano la ghiaia viene congelato per qualche secondo dall’immagine della sposa, fasciata in un abito bianco chiamato shiromuku e dal volto parzialmente occultato da un grande copricapo. Quindi nuovamente il suono delle foglie autunnali agitate dal vento e dei sandali che accarezzano la ghiaia.