Il letto

Andrea Milesi

Henri de Toulouse-Lautrec, Le lit, 1898

Quel letto apparteneva alla sua famiglia da almeno sette generazioni. Veniva tramandato da sempre dai genitori al primogenito, maschio o femmina che fosse, e rappresentava il segno tangibile del perpetuarsi della stirpe nel tempo, di una promessa di futuro benevolo. Il legname per costruirlo era stato ricavato da un castagno pluricentenario cresciuto a fianco della sorgente che serviva l’intero villaggio.

 

Era stato abbattuto circa trecentocinquanta anni prima una volta scoperta la causa dell’esaurimento della fonte che durava ormai da quasi un anno e che aveva obbligato gli abitanti ad estenuanti viaggi per l’approvvigionamento dell’acqua. Le enormi radici ne bevevano centinaia di litri ogni ora, lasciando la fonte quasi a secco e assetando l’intera comunità, animali e campi compresi. L’abbattimento ed il conseguente ritorno dell’acqua, fu celebrato da una festa di tre giorni e tre notti in cui tutti, dopo aver mangiato, bevuto, ballato e dio solo sa cos’altro, si gettavano nella fonte per un lungo e freddo bagno. Da allora il rituale si ripeteva identico a sé stesso, noncurante che il mondo fosse nel frattempo cambiato completamente. Iniziava con l’abbattimento di un castagno il 26 agosto, giorno di Sant’Oronzo, e durava fino al bagno collettivo nella mezzanotte del 28, Sant’Agostino.

 

Il falegname che l’aveva costruito era specializzato nella realizzazione di carri da lavoro, tant’è che lo dotò di ruote al posto delle usuali gambe che non sapeva come realizzare. Di esse ora, rimanevano solamente i perni in ferro battuto che, sporgendo dalle assi, obbligavano cautela ad ogni giro attorno al manufatto. Essendoci costretta da tempo, aveva calcolato che in quel letto, all’incirca, vi erano morte ventuno persone, ne erano state concepite almeno trentasei e vi era stato fatto l’amore circa quarantaduemila volte. Quasi certamente lei rientrava tra quelle trentasei anime ed era compiaciuta di aver ben contribuito al numero di atti amorosi avvenuti tra quei quattro pezzi di legno ormai completamente tarlati. Era anche certa che a breve vi sarebbe morta. Per lei ora quel letto era il luogo di tutte le rese dei conti, custodiva il tempo per mettere ordine fra i giorni in cui era stata sbagliata e quelli che custodivano le mosse perfette che più o meno consapevolmente l’avevano condotta in quell’istante, ad essere ciò che era. E poi tutti i sogni che non aveva avuto il coraggio di provare a realizzare. Pensò che erano tante le cose che permetteva di fare un letto, ma sapeva anche che non l’avrebbe mai fatta tornare indietro, per riprovare e sbagliare diversamente. Su quel cuscino, nelle notti di luna nuova, aveva sognato i suoi santi raccontarle i miracoli a cui soli avevano assistito ed esibirle tutto l’oro che avevano trovato negli angoli più bui della vita. A breve dunque, si sarebbe aggiunta anche lei a quella folta schiera di messaggeri.

Fu con questa certezza che si frugò il cuore accorgendosi che aveva anche lei qualche miracolo da narrare, ma fu cercando nelle tasche della vestaglia che ritrovò un pesciolino d’oro perso da tempo.