Il coraggio della verità – parte II

Daniele Panni

Gordon Matta Clark, Splitting, 1974

La deriva “pubblicitaria” che ha coinvolto l’architettura, falsamente rappresentata dalle immagini virtuali che pretendono di anticipare l’ultimazione dell’opera ignorandone il processo di costruzione, appiattisce la profondità del progetto e dei suoi valori. Immagini scintillanti riferite a quale contesto? Volumi sospesi a costo di quale sforzo strutturale? Superfici definite da quali materiali? Sembra che il fine ultimo della costruzione sia diventato non tanto la creazione dello spazio più adeguato alla necessità d’uso, ma la corrispondenza al render, così che l’opera, una volta ultimata e fotografata per essere pubblicata, si confonda con l’immagine virtuale, dando vita a spazi asettici, dove l’abitante è quasi “intruso”. Questo approccio virtuale al progetto si inserisce sin dal principio nella formazione dell’architetto il quale, totalmente scollegato dalla realtà della costruzione, si rifugia nell’unico mezzo che simula la presenza fisica della propria ricerca, spesso riferendosi ad ulteriori immagini disponibili in grande quantità sui mezzi di comunicazione. Lo studente impara a disegnare attraverso il computer, in un ambiente che non contempla limiti di spazio, di forze, di luce, di risorse, dando quindi risposte esclusivamente formali, scivolando facilmente nella tentazione della moda del momento. Solo attraverso l’osservazione diretta dell’ambiente costruito, dei processi del cantiere, tramite una sperimentazione in prima persona della costruzione di una realtà fisica concreta, si può prendere coscienza della complessità del progetto e di come questo possa trasformare la realtà in maniera consapevole, senza cadere in una sorta di “renderizzazione” della realtà in ambienti più prossimi a quelli dei videogame che a quelli della vita quotidiana. Il disegno, e la rappresentazione più in generale, riacquisirebbero così nuovamente il loro ruolo di strumento per la trasmissione dal progetto alla realtà, in quanto in grado di tradurre in segno grafico la verità costruttiva.

 

«Non si ha idea della quantità di veleno che abili pubblicazioni riversano sulla nostra civiltà urbana, di quanto esse abbiano impedito ogni presa di coscienza. […] Ma l’architetto ha soppiantato il capomastro anche per un altro motivo. Ha imparato a disegnare e ha potuto farlo perché non ha imparato nient’altro. […] L’architettura è scaduta ad arte grafica per colpa degli architetti. Non colui che sa costruire meglio riceve il maggior numero di commissioni, ma chi sa presentare meglio i suoi lavori sulla carta. […] Per gli antichi maestri invece il disegno era soltanto un mezzo per farsi capire dall’artigiano esecutore. Come il poeta deve farsi intendere per mezzo della scrittura. Tuttavia non siamo ancora così incivili da insegnare ad un ragazzo la poesia attraverso la calligrafia.»

 

Adolf Loos, Architettura, in Parole nel Vuoto, Adelphi, 1972