Il coraggio della verità – parte I

Daniele Panni

Caravaggio, Incredulità di San Tommaso, 1601

È sotto gli occhi di tutti come l’architettura contemporanea abbia perso il proprio ruolo all’interno della società: il dialogo tra l’architetto e l’abitante si è interrotto, in un contesto in cui l’informazione open source ha permesso a chiunque di fregiarsi del titolo di “esperto” e in cui la dimensione mediatica seleziona, incasella e uniforma la produzione mondiale all’interno di categorie semplicistiche e sensazionalistiche. L’architettura si è quindi ridotta ad una superficiale immagine accattivante, spesso virtuale, slegandosi dal proprio contenuto profondo, ossia la vocazione alla trasformazione dell’ambiente verso un miglioramento di questo e delle condizioni di abitabilità dell’uomo. Il ruolo dell’architetto è quindi sempre più marginale, slegato dalla realtà della costruzione di cui conosce sempre meno le leggi (nell’infinita specializzazione e frammentazione delle competenze), delegittimato in quanto considerato come un mero “arredatore” alla mercé dell’insindacabile gusto del committente (il cliente paga, quindi ha sempre ragione), imbrigliato in una burocrazia che appiattisce qualsiasi differenza di valore del progetto (l’iter è approvato, non approvato, o peggio ancora approvato con prescrizioni, da assumere passivamente). L’architetto deve resistere a queste pressioni - il cui risultato non può che essere l’impoverimento della qualità delle nostre case, delle nostre strade e piazze, delle nostre città - deve essere in grado di determinare proprie condizioni all’interno delle quali operare, rifuggendo la mera ripetizione di uno stesso metodo, riportando il discorso intorno all’architettura sul piano della verità che ogni singolo progetto impone. Le parole che seguono riportano una scottante attualità rispetto alle conseguenze che un approccio superficiale al progetto porta con sé, un approccio che restituisca solo parzialmente risposte alle tante domande che il luogo, la tecnica, la storia, la cultura, la società pongono.

 

«L’uomo è un animale etico, o almeno è più etico di qualsiasi altro animale. Pertanto, ha una certa fame di onestà. L’onestà della casa dove vive e dove trascorre gran parte della sua esistenza è la sola che può davvero soddisfare questa fame. Quanti si sono stabiliti a San Francisco erano disonesti. Hanno mentito e imbrogliato nel corso della loro vita di lavoro e poiché hanno mentito e imbrogliato nel condurre i loro affari, hanno mentito e imbrogliato negli edifici che hanno costruito. Sopra i muri semplici e severi dei loro edifici hanno appiccicato grandi cornici sporgenti. Queste cornici non facevano parte della costruzione. Ma volevano far credere di essere parti della costruzione ed erano delle falsità. La terra ha inarcato la schiena per ventotto secondi, le cornici bugiarde sono crollate, così come tutte le menzogne sono destinate a crollare. In questo caso particolare, le menzogne sono crollate sulle teste delle persone che scappavano dalle loro abitazioni barcollanti e molti sono rimasti uccisi. Costoro hanno pagato il prezzo della disonestà.»

 

Jack London, The house beautiful, in Revolution and other essays, Macmillan, 1909