Ferite e rimarginazioni

Daniele Panni

Alberto Burri, Sacco, 1953

«Possiamo vedere attorno a noi molti esempi di quartieri urbani in decadenza perché venuti su tutt’in una volta […]. In ogni città esistono simili quartieri, fisicamente omogenei. […] Questo fatto è sempre uno svantaggio e le sue conseguenze, purtroppo, possono persistere a lungo anche quando gli edifici sono ormai invecchiati. Quando una zona del genere è ancora nuova, non offre occasioni economiche per lo sviluppo della diversità urbana; gli inconvenienti pratici della monotonia […], lasciano ben presto il loro segno sul quartiere, dal quale la gente cerca di andarsene. Quando poi gli edifici sono invecchiati, la loro unica caratteristica ai fini urbani è quella, in sé irrilevante, del basso valore. […] I modesti mutamenti materiali che essi presentano sono mutamenti in peggio: graduale fatiscenza, con qualche squallido e casuale nuovo uso qua e là. La gente che osserva queste poche, sporadiche variazioni le considera come una manifestazione, e forse come la causa, di un deciso mutamento. La gente si rammarica che il quartiere sia mutato […]. Ma il fatto è che il quartiere è cambiato ben poco materialmente […]. Il quartiere presenta una strana incapacità di rinnovarsi, di rivitalizzarsi, di risanarsi e di essere scelto come sede di una nuova generazione di abitanti. Il quartiere è morto. In effetti era nato morto […]. Finalmente […], si arriva alla decisione che occorre demolire tutto e ricominciare da capo, dando inizio ad un nuovo ciclo. Forse alcuni dei vecchi edifici verranno conservati, purché possano essere “rinnovati” al punto da equivalere economicamente a edifici nuovi. Si forma così un altro cadavere; non si sente ancora, ma è ugualmente morto, ugualmente incapace di subire i continui adattamenti e ricambi che costituiscono i processi vitali. […] Quando, dopo aver studiato una zona in decadenza […], potrà risultare necessario sacrificare alcuni dei vecchi edifici; occorrerà infatti aprire nuove strade, aumentare la concentrazione degli abitanti, trovare spazio per nuovi usi primari pubblici e privati. Ma nella nuova mescolanza dovrà rimanere una buona dose di vecchi edifici […], essi diventeranno qualcosa di più che semplici vestigia o segni di un precedente fallimento: diventeranno la sede necessaria (e preziosa per il quartiere) di molte sfumature di diversità, a redditività media, bassa o nulla. Il valore economico dei nuovi edifici urbani è sostituibile: basta stanziare altri fondi per nuove costruzioni. Ma il valore economico dei vecchi edifici non è sostituibile a volontà, perché è una creazione del tempo. Questo requisito economico per lo sviluppo della diversità è un requisito che i quartieri urbani vitali possono soltanto ereditare, per custodirlo nel corso degli anni.»

 

Jane Jacobs, La necessità di edifici vecchi, in Vita e morte delle grandi città, Einaudi, 1969