ATTO II Dialogo tra Architettura e la sua antitesi

Marianna Frangipane

Salotto d'estate

Nell’esercizio di scrivere l’editoriale di una rivista d’architettura una prima questione che emerge è: Come definire i limiti di questa disciplina? Dove finisce l’architettura e dove inizia tutto ciò che architettura non è? 

 

 

ATTO II

 

La signora, dopo essersi alzata e aver urlato a piena voce il suo nome “A R C H I T E T T U R A”, si rese conto che le sue parole stavano fluttuando nel vuoto, non c’era nessuno che la ascoltasse. Al più presto aveva bisogno di un interlocutore. Era necessario individuarlo per non rimanere un bellissimo nome, un nome che risuonava senza musicalità in uno spazio vuoto. Iniziando a pensare al di fuori di sé… una figura apparve, scontrosa e irruenta, che urlò a piena voce: 

“A R U T T E T I H C R A”. Come se la scena precedente si fosse riflessa su uno specchio,

Architettura e Aruttetihcra erano lì, una contrapposta all’altra. Architettura, perturbata da questa nuova presenza non familiare comunque consapevole delle proprie capacità, si fece avanti e iniziò un animato dialogo:

 

Arc: Chi sei tu? 

 

Aru: Son la tua antitesi, tutto ciò che esiste fuor da te! Son dunque Politica, sono Musica, Teatro, Scultura, Letteratura, Scienza, posso esser tutto quel che tu non sei. 

 

Arc: La ragione per cui tu sei qui non comprendo.

 

Aru: Son qui perché tu, mia cara architettura, sempre avrai bisogno di me. 

 

Arc: Son un po’ perplessa, ma continuo ad ascoltare le tue ragioni.

 

Aru: Per meglio esporre il mio pensiero farò uso di una metafora, presa in prestito da un noto filosofo… Io son a te indispensabile come gli argini ad un fiume. Per potere esprimere tutta la propria forza, il corso d’acqua deve essere incanalato altrimenti sarebbe indefinito e si disperderebbe come l’acqua di un ruscello privo di argini. Dunque, tu ora non sei che un nome, un accostamento armonico di lettere, una parola. Qualcosa cambierà, con me spesso ti affiderai e o ti scontrerai, intraprenderemo un viaggio e quando nel tuo mondo tornerai, questo sarà cambiato, tu stessa, Architettura mia, sarai matura, sintesi di tutte le tue nuove esperienze.

 

Ascoltate attentamente queste parole, Architettura realizzò che niente era più come prima, uno spazio nuovo si era delineato nel suo intorno. Non ne conosceva le figure, non riconosceva gli odori e le consistenze, ma sentiva nel profondo che tutto quel che faceva parte di quel mondo estraneo, nuovo, avrebbe assunto forme familiari, avrebbe parlato la sua stessa lingua un giorno. 

Architettura, entusiasta, affamata e curiosa di nuova conoscenza pose l’ultima domanda prima di intraprendere quel misterioso viaggio.

 

Arc: Dove siamo ora dunque?

 

Aru: questo spazio si chiama in parte come te Architettura, ma parla di me, si chiama “Architettura, fuori di sé”