Atmosfera – viaggio primo

Danilo Monzani

Oblò

La terra è disabitata? Da quassù perlomeno lo sembra.

Dall’oblò della nave vedo allontanarsi le case, sempre più piccole, sempre più insignificanti. La città che abitavamo. Tutto insignificante come all’interno di questo mostro volante, uguale e ripetitivo all’infinito. Il grande esodo ci ha imposto il viaggio verso l’ignoto, sperimentando questo modo di convivere, ma molti di noi erano già abituati a questo tipo di vita nei “modernissimi” quartieri dormitorio. Io no. Io vivevo allora in un’isola felice. Una città vera, con vere vie, vere piazze, veri luoghi di incontro. E la vita era semplice, succedeva senza che nessuno ci mettesse dentro niente in quei modernissimi contenitori di tutto. Avveniva e basta.

Qui sull’astronave abbiamo accettato di cambiare le vie con i corridoi, le case con stanze, le piazze con stanze più grandi, gli edifici del vivere comune in altre stanze. Che bel compromesso: l’esodo per vivere meglio su un altro pianeta, ma in realtà abbiamo dimenticato di vivere bene su questo, non lo impareremo neanche sull’altro.

Guarda che bella questa stanza: gigantesca, una semisfera con una vetrata enorme che la cinge. Vi arrivano diversi corridoi e la cosa che mi colpisce è la simmetria: impietosa, precisa e asettica: le dimensioni del corridoio con sezione circolare, l’angolo di incidenza del corridoio stesso sulla stanza, lo spessore delle pareti del corridoio, il tutto muove da istanze diverse dall’armonia con cui si costruiva che so, nel medioevo, o nel rinascimento. Non più quell’armonia quello stupore, quella emozione nel trovarsi davanti un monumento. No, al massimo qui sbarchi in una stanza gigantesca (che è forse l’unico aggettivo che trovo ora) e guardi, o indietro a quello che perdi, o avanti a quello che non troverai mai, un buio insensato…cosmico, siderale. Ma è giusto così, questa nostra casa deve resistere ed essere efficiente per trasportare noi verso il futuro. Cerco di convincermi che sia la forma più adatta ma in realtà cosa è rimasto dell’armonia delle città e del sapere dell’uomo moderno?

Dimenticato sin da ora. Nulla rimarrà alle future generazioni. Solo stanze unite da corridoi di chirurgica precisione. Niente della sensibilità che ha contraddistinto la città che ho lasciato alle spalle.

Mi chiamano all’improvviso, vedo lontano in quella sottospecie di cubo con scritte a LED travestito da pub i miei compagni. Credo che ora li raggiungerò. Credo che ora mi berrò una birra sintetica. Credo che vorrò dimenticare anche quella.