Appena prima di arrivare alla festa

Giovanni Mazzanti

Quartiere Grigioni, Milano

Mentre guido lungo il tragitto per arrivare alla casa, immagino la maniglia della porta: di ottone, rotonda e liscia; per aprirla bisogna compiere una rotazione del polso che non mi riesce naturale. In compenso quella scomodità mi rende subito conscio, come una piccola scossa elettrica, del fatto che sto per entrare; rende palpabile il momento in cui, varcando la soglia, dalla strada passo all'interno (sono ancora in macchina). Salgo le scale e mi ritrovo davanti alla porta; dentro le voci si mischiano con la musica e tutto rimbomba un po’, la casa deve essere piuttosto grande, penso. Prima di entrare ipotizzo la disposizione delle persone all'interno: alcuni sono sul divano ad angolo in sala e saranno probabilmente i primi a vedermi entrare. Non voglio rompere subito i loro discorsi e quindi me ne sto fuori, davanti alla porta ancora per un attimo, assaporando il momento in cui due universi paralleli, l’interno e l’esterno, ancora si ignorano. Che effetto produce l’entrata di una persona in una stanza? Per esempio: perché la mia entrata sia discreta sarebbe meglio che nella stanza, diciamo di forma rettangolare, si entrasse dal lato lungo o dal lato corto? E se invece ci fosse un piccolo ingresso, un disimpegno? Qualsiasi effetto prodotto dall’entrata sarebbe neutralizzato, o almeno rimandato a dopo, quando, superato l’ingresso, si varca la soglia che conduce in soggiorno (ho appena chiuso la portiera della macchina, ora mi incammino verso la festa). Ma come fanno i vicini a non lamentarsi del rumore? Una volta entrato, noto che la casa ha finestre alte quasi fino al soffitto, lunghe e strette come quelle di una chiesa gotica, che affacciano su una strada trafficata. Penso che se i vicini non si lamentano, è forse perché sono abituati al rumore delle macchine e dei tram che passano sui binari. Poi, mi spiega il mio amico che ci abita, tutte le camere da letto sono rivolte verso la corte interna che invece è molto silenziosa, con la biancheria stesa su lunghi fili bianchi che corrono da una finestra all’altra e rendono i vicini di casa meno diffidenti l’uno dell’altro (sono arrivato davanti al portone d’ingresso). Mi sembra che i muri di questa casa odorino di mediterraneo, mi ricordano quelli della portineria in cui lavora la madre di un mio amico; quando cucina tiene spesso le finestre chiuse e i profumi e i vapori gonfiano la stanza: l’odore del soffritto, del caffè, della carne si mescolano e impregnano i muri, come fossero spugne. Questo tipo di odore che i muri emanano mi sfugge spesso e me ne ricordo solo nel preciso istante in cui, tornando a casa dalle vacanze estive, salite di corsa le scale, apro la porta rimasta chiusa per settimane ed entro respirando (salgo su per le scale, suono il campanello e aspetto).