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Daniele Panni

Giovanni Antonio Canal detto il Canaletto, La punta della dogana, 1726-28

Per raggiungere la città c’erano due possibilità: una, economica, legale e più sicura, prevedeva un iter burocratico lunghissimo alla fine del quale era possibile ottenere un codice di ingresso tra quelli del numero chiuso che regolava gli accessi, permessi unicamente via terra; l’altra, costosa, illecita e decisamente più pericolosa, consisteva nello sfidare la laguna e le mutevoli profondità dei suoi fondali, oltre il buio della notte, unico momento propizio per avvicinarsi alle rive. Era meglio scegliere la seconda, per la mancanza di tempo, poiché di lì a poco il denaro non mi sarebbe servito a nulla, ma soprattutto per evitare di mescolarmi con la massa di persone che attendevano giornalmente l’apertura dei cancelli per riversarsi in maniera incontrollata lungo le vie principali, con il solo scopo di raggiungere quei luoghi che prima del loro arrivo avevano già selezionato, disinteressandosi di tutto il resto. Una volta imbarcato, subito mi ero reso conto che la notte mi avrebbe costretto a prestare più attenzione ad ogni dettaglio di quella città tanto peculiare: avvicinandosi alla riva, le fievoli luci cominciavano a delineare le forme delle rive e dei palazzi e a distinguerne la differenza, l’altezza di un ponte mi costringeva ad abbassare la testa a sufficienza per non finire in acqua, la larghezza dei canali imponeva al mio traghettatore una velocità precisa. Durante il lento tragitto, osservando le serrande abbassate e le vetrine spente, riconoscevo in modo più chiaro quei luoghi che giacevano in fondo alla mia memoria e che, svuotati dall’affollamento delle persone e dal susseguirsi di negozi dalla merce scadente, ammiravo per la loro forza nel resistere al mutamento del corso della storia, forza che io oramai non possedevo più. Quella città mi stava ancora una volta dando un grande insegnamento: nella propria esistenza non è necessario appoggiarsi su solide fondamenta per rimanere in piedi, ma continuamente sfidare la mutevolezza della vita e delle sue vicissitudini costruendosi poco a poco, puntando sempre alla bellezza. Mentre mi lasciavo trasportare nei miei pensieri dalla città e dalla sua solida e allo stesso tempo fragile armonia, avevamo raggiunto la mia destinazione. Lì, al riparo dalle luci degli alberghi e dal rumore dei ristoranti, dove le rive si assottigliavano fino a formare una punta, si apriva il panorama della laguna. Sarei rimasto a contemplarlo fino all’ultimo dettaglio, fino all’ultimo momento.